Sedici anni fa, proprio in questi giorni, Carlo ed io eravamo in viaggio di nozze a Cuba, superfluo stare qui a parlare di quale meraviglia fu, un viaggio al quale sono tornata spesso con la mente, uno di quei viaggi che nei momenti tetri e grigi riesce sempre a rinfrancarti il cuore.
Durante questa quarantena pero’ il pensiero non è andato a quei giorni per consolazione o per lenimento, bensì come fonte di ispirazione, come soluzione ad un gravoso problema che renderà angusta la mia esistenza almeno da qui a quando non si troverà un vaccino, ma forse, e purtroppo, anche dopo.
Il popolo cubano, costretto a rispettare le regole del regime, mi diede l’impressione di essere sempre pronto a trovare nuovi modi per aggirarle, mosso da un istinto di conservazione, un innato comportamento volto ad assicurare la sopravvivenza.
I Cubani sono cuentapropistas, un termine praticamente intraducibile, che designa quei lavoratori che hanno aperto una attività in proprio, attività spesso nascoste ed illegali nella rigida Cuba di Fidel.
Le bisnonne dei nostri Airbnb, le “case particular”; i “paladar”, nome derivato da una famosa telenovela brasiliana, ristoranti creati dentro la propria dimora dove l’ingrediente segreto è la personalità della cuoca che lo abita; i “pitusa”, riciclatori di rifiuti che hanno da tempo dato vita a centinaia di cooperative volte alla raccolta e al riutilizzo.
Ecco pensare a Cuba in questa quarantena, che ha minato abitudini, gesti e modi di essere, mi ha fatto desiderare di aprire un “paladar degli abbracci”, una stanza, magari asettica, dentro la quale potersi stringere forte forte, per ore e ore, senza temere di ammalarsi, aggirando le regole, sublimando le paure.
Il servizio sarà gratuito, naturalmente.

Bibi

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